Quella strana età …
“At that awkward age now between birth and death, I think of all the outrages unperpetrated opportunities missed.”
“A quell’età imbarazzante ora, tra la nascita e la morte, penso a tutte le oltraggiose occasioni perpetrate perse.”
In una poesia, scritta dal poeta inglese Roger McGough nella sua raccolta di poesie intitolata significativamente ”That Awkward Age”, il tema del “Carpe Diem” viene ripreso in quanto presente in “quella strana età tra la nascita e la morte”. Vale a dire lo spazio della vita, l’attimo, il giorno, il momento, appunto. Perché, tutto considerato, la vita è tale. Un napoletano direbbe: “N’affacciata ‘e fenesta”. Ecco il testo della poesia di McGough. L’ho tradotta liberamente. Ebbi il piacere di incontrare il Poeta alla Summer School di Marlborough il 14 luglio del 2009.
On reaching sixty, I decided
to live every day as if it were my last.
But it didn’t last.
A sessant’anni ho deciso
di vivere ogni giorno come l’ultimo.
Ma non è durata a lungo.
After three days of lying in bed
in a darkened room, I tore off the oxygen mask,
opened the curtains and sacked the nurse.
Dopo tre giorni a letto
in una stanza buia, mi sono tolto l’ossigeno,
ho tirato le tende e mandata via l’infermiera.
There was more to life, surely,
than worrying about when it would end.
And how. The secret was Carpe Diem.
C’era ancora molto da vivere, certo,
piuttosto che starmene lì ad aspettare la fine,
come e quando. Il segreto era Carpe Diem.
So out I went to seize the day.
To catch the unawares and hug it.
To bathe in its light, to enjoy every minute.
Così uscii per cogliere l’attimo.
Afferrare l’impossibile e carezzarlo.
Immergermi nella sua luce, godere ogni minuto.
But the day kept me at arm’s length.
Didn’t want to be touched
Bobbed and weaved until it dwindled away.
Ma il giorno mi sfuggiva di mano.
Non voleva essere toccato
Scivolava ed ondeggiava fino a svanire.
At 1 a.m. I ended up in the bar of the Carpe Diem
drunk and counting the cost. Another day wasted.
Another chance lost.
All’una di notte sono finito al bar del Carpe Diem
ubriaco e sfinito. Un altro giorno perso.
Un’altra opportunità svanita.
Then who would walk in, looking the worse for wear
but the nurse. We hugged then staggered back home.
She drew the curtain. We climbed into bed.
Ed ecco chi ti vedo entrare in cerca del peggio,
l’infermiera. Ci siamo abbracciati e siamo andati a casa barcollando.
Ha tirato le tende e siamo saltati nel letto.
Innumerevoli sono le composizioni poetiche e non che si sono ispirate al famoso invito “Carpe Diem” del poeta Orazio. Forse è l’espressione più famosa al mondo perché delinea in maniera impietosa, eppure illuminante, la condizione umana. Due parole-trappola, dense di retorica ma elastiche nel loro significato sui valori della possibilità e della futilità. Caratteristiche dell’uomo, dei suoi sentimenti e delle sue aspirazioni.
Di questo noi uomini siamo fatti e se ne fanno continuamente portavoce poeti e scrittori. Ma anche uomini comuni, così come possono, nella loro quotidiana lotta per l’esistenza. Tutta tesa al significato dell’essere. Tutti ricordano John Keating, quello straordinario professore di Inglese nel film del 1989 “Dead Poets Society”. Le sue terribili parole che scioccarono ed esaltarono i suoi studenti, anche tragicamente per uno di essi: “Siamo cibo per i vermi, signori! Lo vogliate o no, ognuno di noi in questa aula uno di questi giorni smetterà di respirare, si raffredderà e morirà”. La salvezza sembra allora “cogli l’attimo”, che fugge e giammai ritornerà. Ma è bene inquadrare le due parole di Orazio nel loro contesto che è il seguente:
Carminum I, 11
1 Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
2 finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
3 temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati,
4 seu plures hiemes, seu tribuit Iuppiter ultimam,
5 quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
6 Tyrrhenum: sapias, vina liques, et spatio brevi
7 spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
8 aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
—
1. Non domandarti — non è giusto saperlo — a me, a te
2. quale sorte abbian dato gli déi, e non chiederlo agli astri,
3. o Leuconoe; al meglio sopporta quel che sarà:
4. se molti inverni Giove ancor ti conceda
5. o ultimo questo che contro gli scogli fiacca le onde
6. del mare Tirreno. Sii saggia, mesci il vino
7. — breve è la vita — rinuncia a speranze lontane. Parliamo
8. e fugge il tempo geloso: carpe diem, non pensare a domani.
Leuconoe, una delle sue donne, lo consola bevendo. Proprio lei, il cui nome significa “dalla chiara mente”. Ma si capisce bene che con la mente poco lucida, non si può dare una risposta alle domande che ti pone la vita. Ogni artista, poeta o scrittore, come del resto ogni comune essere umano, elabora una sua propria condotta, sia per difendersi che per attaccare, per vivere o per sopravvivere. Arrivati poi ad una certa, strana età …