L’ansia della nascita e quella dell’inquietante morte

“Pensare alla propria nascita è inquietante come pensare alla propria morte?”. L’interrogativo me lo sono posto di recente con questa domanda leggendo un libro su Cosa c’è di là. In questo post ho provveduto a invertire le parole “nascita” e “morte”.

Mi chiedo se anche il neonato avverte la sua nascita inquietante, alla stessa maniera di come, nel giorno che verrà il suo turno, avvertirà “inquietante” la sua morte.

Se il libro di Enzo Bianchi intende affrontare il problema della fine, in questo post mi interessa riflettere su quello opposto. Quello del principio, dell’inizio, non quello del fine vita. Quello che sarà, in fieri, il punto di vista di quel bambino, nelle braccia del padre, nella immagine che correda questo post.

Faccio riferimento alla recensione che ho scritto sul libro di Enzo Bianchi per elaborare l’argomento ed estendere il pensiero all’inizio del tutto, alla nascita, all’inizio di una vita. La foto è una corretta sintesi di quello che intendo dire.

Avendo qualche anno in più di Enzo Bianchi, saggista e monaco laico, fondatore della Comunità monastica di Bose, della quale è stato anche priore, ho potuto sapere cosa pensa su un tema che tocca tutti gli esseri viventi. Soltanto gli umani, però sono in grado di sentirsi “inquieti” per quello che ci sarà “di là”.

Certamente, mi dicevo leggendo il libro, Bianchi ne saprà più di me. Devo riconoscere, però, che, “Cosa c’è di là” rimane una “terra incognita”, anche dopo la lettura del libro.

Il saggio è una comunicazione tutta umana, spirituale e anche religiosamente filosofica, in cerca di una identità che confluisce nella parola chiave che avvolge il tutto: “mistero”. Se misterioso è l’inizio, la nascita, può essere chiara e comprensibile la fine, la morte?

L’aggettivo “inquietante” la sa lunga. Contiene, forse, un minimo di possibilità per comprendere di cosa stiamo parlando: della vita, del suo senso e di tutto il resto. La vita, voi la vivete in “quiete”?

Un mio amico, parroco di montagna in Costa di Amalfi, ama ripetere spesso, quando si trova davanti ad interrogativi che attendono una risposta precisa, che “siamo tutti in sala d’attesa”. Quando ce ne andremo sapremo la risposta. Non è che lui si arrende, non potrebbe farlo, è un “collega” di Enzo Bianchi.

Il fatto è che lui si limita ad arrendersi a quello che “crede” e rinunzia ad ogni forma di “speculazione”. Fa bene, fa male? Non sarò io a giudicare. Nè tanto meno posso criticare il monaco cristiano e saggista Enzo Bianchi.

Con i suoi anni, può rivolgere il suo pensiero solo a quello che lo aspetta “di là”. Un “futuro” che lo preoccupa molto di più del suo passato. Come ogni essere umano.

Tutto il contrario di quel bambino nelle braccia del suo papà. Non se ne preoccupa perchè non ne sa ancora nulla. Ma non più di tanto e quanto ne sappiamo noi.

Come non sa nemmeno se è stato “inquieto” prima di venire alla luce. Tutto l’opposto di tante persone che si sentono in ansia per la prospettiva della loro morte.

L’ansia di morte è universale. Questa ansia limita e organizza l’esistenza umana. Il neonato ignora tutto. Ma soffriamo anche di ansia da parto prima di venire alla luce?

Quel bimbo che nella foto l’uomo con gli occhiali ha tra le braccia, ha sofferto di ansia in quello stretto spazio del grembo materno? Ansia di vivere?

Forse. Ansia simile a quella che scoprirà più tardi anche lui, come tutti gli esseri umani, di quell’altra terribile, inquietante, appunto, ansia di morte?

Mentre diciamo molto sulla nostra ansia per la morte, si dice poco o nulla sull’ansia della nascita. Il pensiero guida è che “tutti gli uomini sono mortali” (“uomini” nel senso di “esseri umani”).

Una volta che teniamo presente che siamo natali, oltre che mortali, dovremmo dirci che anche la nascita può causare ansia. Quel padre nella foto non la mostrava, tutto intento a esprimere la sua felicità di genitore.

Non la mostra nemmeno il nuovo nato al centro della storia, il nuovo arrivato certamente “inquieto” su quello che gli stava capitando. Una nuova storia che stava per cominciare.

Creava ansia a chi lo aveva tra le braccia, come era stata in ansia sua madre che lo aveva avuto in grembo per tanto tempo. Un’ansia davvero inquietante che non poteva non essere stata trasmessa al nuovo essere umano.

Iniziava ad esistere ad un certo punto nel tempo, in un determinato luogo e qualcosa di molto misterioso stava per iniziare. Dalla non esistenza, si passava alla esistenza.

Lui, il nuovo arrivato non poteva rendersene conto allora, se ne sarebbe reso conto dopo. Ma l’ansia inquietatnte l’avevano vissuta prima i due genitori. Non potevano non averla trasmessa anche a lui.

Un passaggio molto difficile da comprendere per entrambi. Non era accaduto tutto improvvisamente. La nuova esistenza era arrivata gradualmente.

Ogni cosa era cominciata da una singola cellula, uno zigote. Poi si era sviluppato un corpo formato che aveva cominciato ad avere un livello rudimentale di esperienza durante la gestazione.

Una volta uscito dal grembo è stato coinvolto nella cultura e nei rapporti con gli altri, ha acquisito una personalità e una storia strutturate. Lo zigote era diventato un “io”, un “me”. Tutto senza ansia? Impossibile!

Ansia di nascita che anticipa o prelude all’ansia di morte, perché l’ansia di morte riguarda anche la nostra continua condizione di essere mortali, vulnerabili alla morte che può sempre intervenire per lasciare progetti interrotti e incompiuti.

Nell’angoscia di nascita è tutta la nostra condizione di essere natali che ci preoccupa.

(Bibliografia digitale: https://aeon.co.)

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Nessuno è stato mai me. Può darsi che io sia il primo. Nobody has been me before. Maybe I’m the first one.

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Antonio Gallo

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