Il mondo della “chip-pillola”

Mi fotografo e posto sul Web. Il romanzo me lo scrivo e me lo pubblico. Non leggo niente ma scrivo di tutto.
Twitto su ogni cosa che vedo

Continua il conflitto linguistico comunicativo tra autarchia e gerarchia digitale che vede realizzarsi sulla scena di questo mondo sempre più in preda ad una specie di nuova Babele. Ogni tempo ha il suo demone da esorcizzare. Chi ha un po’ di anni dovrebbe essere in grado di ricostruire la spirale delle trasformazioni che gli uomini continuano a creare intorno alla loro esistenza nel tentativo di capire da dove vengono e dove vanno.

Lo faccio anch’io mentre continuo il viaggio su questa terra sempre più “incognita”, cercando di comprendere quello che penso, organizzare quello che faccio e condividerlo con gli altri. Se ci sono “altri”. Se non ci sono, non importa. Condivido con l’alter ego di me stesso. Comunicare ed intendersi, resta sempre un problema.

Come non ricordare che dalla comunicazione rupestre ai moderni media digitali di strada ne abbiamo fatta tanta. La spirale non si è mai interrotta, nè sembra prossima a fermarsi, anche se la temuta apocalisse babelica appare sempre più vicina.

Ricordo, nei giorni della mia infanzia, l’arrivo dei comics, le strisce, i famosi, famigerati fumetti. Li collezionavo, leggendoli avidamente, al posto dei canonici, per me incomprensibili, allora, libri scolastici. Per questa ragione a scuola ero un fallimento. “Sempre con quei fumetti tra le mani, mai un libro!”, proprio la stessa frase che sentiamo oggi. Cambia solo l’oggetto, che oggi viene chiamato “tavoletta”: il cellulare.

Ma prima di questo nuovo arrivo saremmo tutti dovuti passare a trascorrere il tempo davanti ad uno specchio parlante, la TV, il nuovo corruttore delle anime tanto infantili quanto adulte. Se ci si comportava bene, se avevamo terminati i compiti, si poteva accendere la Tv (al pomeriggio) e guardare Rin Tin Tin, il cane lupo capace delle più straordinarie imprese. Non era la trasmissione l’oggetto da evitare per non farsi corrompere l’anima, ma la televisione in quanto tale.

Passa il tempo e la nostra società, tanto attenta soltanto in maniera retorica a non traviare i suoi figli, si inventa altri demoni da esorcizzare. Oggi, la creatura maligna è Lui. Chiamatelo come vi pare: telefonino, cellulare, smartphone. Un oggetto che se una persona, soprattutto se è un ragazzino, lo guarda sempre tutto il giorno, è destinato a rimbambirsi.

Ne vediamo tanti in giro. Ma è il telefonino a rimbambire o è chi lo ha sempre tra le mani ad essere già un rimbambito? Non serve fare i moralisti, ci sono persone stupide e intelligenti. Ovviamente siamo tutti diversi, e a generare paura e inutili proibizioni è il fatto che su questa Terra ci siano differenze fondamentali, che è l’essenza stessa della vita. La cosa ovvia diventa allora un mistero. Ovvio che una persona stupida usa il telefonino in modo stupido e, purtroppo, diventa ancora più stupida.

Perché, è vero che il telefonino tenuto instancabilmente sotto il naso priva di una realtà più complessa che non si trova nella virtualità, ma se una persona usa il telefonino come uno strumento utile per comunicare, conoscere, lavorare, relazionarsi con un mondo diversamente inaccessibile, questo diventa un oggetto meraviglioso, capace anche di risolvere problemi all’ultimo minuto.

Ho sempre avuto un interesse particolare per il tema della comunicazione sin da quando, ancor giovane, nella tipografia gutenberghiana paterna mettevo in riga le lettere di piombo per formare la pagina che andava in stampa. A distanza di oltre mezzo secolo s’è verificata una rivoluzione ben più grande di quella operata da Gutenberg, ancora in atto e dalle prospettive imprevedibili. Ma ecco come si manifestano i cinque tempi/atti/modi che vedono il mondo moderno realizzarsi nelle nostre tasche per mezzo di quel piccolo aggeggio che è Lui, il nostro cervello aggiunto.

Primo tempo

Il telefono nacque come strumento per parlare con chi sta lontano. Chi non ricorda il vecchio telefono di casa, quella rotellina girevole con i numeri e le lettere? Il vecchio centralino nella grande sala dove le telefoniste inserivano il connettore con il filo nel buco del centralino e aprivano la connessione.

Le cabine con l’apparecchio che funzionava a gettoni, poi sostituiti dalle monete. Mica secoli orsono. Soltanto poche decine di anni fa. In trenta, quaranta anni, i fili con i pali che trasportavano le parole, le cabine che li contenevano, sono scomparsi. Come scomparsi sono anche i gettoni con le sorelle schede. Provate a uscire di casa senza il vostro cellulare, salire in macchina e in autostrada finire in un incidente e non avere con voi quel piccolo rettangolo di plastica, ferro o che so io, di cui è fatto il vostro cellulare.

Vi sentirete perduti in un’altra dimensione, all’indietro di un secolo, disarmati ed impotenti. I giovani di oggi non sanno nulla di questi reperti di archeologia comunicativa. Con il loto telefonino non ci parlano soltanto. Ci giocano, fotografano, interagiscono, inviano e ricevono messaggi, ovunque si trovano, a tutte le ore del giorno. Ma c’è di più ancora.

Tutto quello che fanno o dicono e fotografano con l’aggeggio tra le mani possono trasferirlo altrove, anche oltremare, in tempo reale, farlo conoscere al mondo, senza barriere e ostacoli. Esempi di questo tipo di comunicazione sono sotto gli occhi tutti, notizie su tutti i giornali e TV. Tutto è non solo fotografabile, registrabile e trasmettibile. Il passo successivo e’ facilmente immaginabile. Mi scrivo il romanzo della vita, la mia e me lo pubblico.

Secondo tempo

Tra i tanti libri che mi ritrovo ad avere, accumulati negli anni, ( io, figlio di un tipografo post-gutenberghiano, è bene che chi mi legge lo tenga a mente) ce n’è uno che, guarda caso, si intitola Pubblicato nel 1990, a distanza di tanto tempo, quando la Rete non aveva ancora mostrato tutta la sua potenzialità, gli autori scrivevano: “Nella società di oggi, caratterizzata dalla moltiplicazione infinita dei mass media con le loro altrettanto infinite possibilità di trasmissione sonora e visiva dei messaggi, farsi o fare un libro, e’ un’operazione che ancora affascina”.

Eravamo alla vigilia della nuova rivoluzione editoriale che sarà chiamata “desktop publishing” (pubblicazione a tavolino), presto diventata poi “print on demand” (stampa a richiesta). La voglia di liberarsi degli editori, stampatori, pubblicitari e tutto quanto ha sempre ruotato intorno al mondo della carta stampata, il desiderio di fare da sé, esprimendosi liberamente senza vincoli o filtri. Ricordate le lettere che tutti hanno scritto e ancora scrivono ai giornali i lettori di tutto il mondo? Per protestare, comunicare, informare, criticare, per mettersi in mostra, per velleità. Chi non lo fatto almeno una volta nella vita?

Ancora oggi giornali e riviste ospitano questi messaggi, ma sono comunicazioni minime, se si pensa ai milioni e milioni di messaggi che di minuto in minuto vengono immessi in Rete in forma digitale. Un fiume, un torrente, cascate che seminano desideri, proposte, idee e speranze umane in tutte le lingue, indirizzandole in innumerevoli fiumi in ogni direzione. Ma anche fulmini di guerra, violenze morali, miserie umane antiche e nuove, alle quali l’uomo non riuscirà mai a sfuggire.

Voglia di narrare, raccontare, lasciare una traccia, sentirsi vivi e presenti in un mondo che, nonostante tutto questo turbine comunicativo, non ti conosce e non ti riconosce per quello che sei , che pensi e che fai. E allora decidi di scrivere, per sapere esattamente quello che pensi di te e degli altri, nel mondo che ti ignora, eppure che hai in tasca, nel tuo cellulare.

Mi scrivo i pensieri, fermo la memoria non più sulla carta, ma sullo schermo del PC, in “bits e bytes”. Poi mi stamperò il tutto, se è il caso, sui fogli del tempo, distribuendoli a chi avrà voglia di leggermi. La voglia di leggere, appunto. Ma chi ce l’ha più questo desiderio?

Terzo tempo

Non leggo niente, ma scrivo di tutto. Preso come sono dalla frenesia di essere presente ovunque in Rete. Mi trovo a scrivere di tutto senza leggere nulla di quello che scrivono gli altri. Siamo inondati di libri ogni giorno, non solo e non più cartacei, ma digitali. In tutti i formati, in tutte le lingue, in tutte le versioni. Sull’iPad non si contano più ormai gli ebook scaricati gratis o per pochi centesimi.

Almeno quando li compravi cartacei non sapevi più dove metterli, l’uno sull’altro, accatastati sugli scaffali, muro contro muro. Li perdevi di vista, ma poi all’improvviso te li ritrovavi davanti pronti a farsi leggere, tu non li avevi mai aperti e li avevi presto dimenticati.

Ora con questi invisibili ebook te li devi andare ad “aprire” al tocco delle dita nella cartella che li contiene, altrimenti non ti si pareranno mai davanti come i loro compagni cartacei, chiedendoti di leggerli. Ricominci a leggerli, seguendo la traccia del segnalibro che hai lasciato l ‘ultima volta che hai “aperto” il libro.

Cerchi di riprendere il filo della narrazione, ma non riesci a concentrarti, spinto come sei a “uscire”, per vedere se é arrivato qualche messaggio, una mail, una risposta su FB, sul forum. L’attenzione viene tradita, la memoria interrotta, la mente distratta.

Mi illudo di leggere tutto, ma in effetti non leggo nulla e sono spinto a scrivere su qualsiasi argomento mi scorre davanti sulla bacheca del forum, del social, per rispondere a quello che qualcuno ha scritto ma che io non ho mai letto. Seguo solo il mio istinto, quello che credo di sapere sull’argomento, pur non avendone mai capito nulla.

Si, qualcosa che ho sentito in treno, al bar a al cinema. Il titolo di quel libro o di quell’articolo sul giornale. Non altro, eppure mi metto scrivere e rispondo senza sapere bene quello che dico. Una battuta, un colpo di spirito, una licenza linguistica, una foto, un video pescato all’occorrenza. Quanto basta per fare colpo. Affermare la mia presenza. Il vuoto presente in scena.

Quarto tempo

Twitto su ogni cosa che vedo. Tutti conoscono ormai la parola. Uno spazio virtuale tra blog, mail e SMS, applicazioni chiamate app, il tutto definito generalmente microblogging. Si tratta di una bacheca virtuale dove chiunque può lasciare un messaggio di pochi caratteri, che tutti possono vedere, tramite computer o telefonino.

Una ricetta semplice: messaggi istantanei multidirezionali, un diario aperto che si costituisce di nota in nota, come una telecronaca; l’apoteosi del comunicare tanto per comunicare. Gli usi che se ne fanno sono i più svariati, come si può ben capire. Trovi i politici e i letterati, gli ignoranti e gli intellettuali, Cristo e l’Anticristo, l’Essere e il Non-Essere, di tutto e di più. Strumento di servizio e di lavoro, fonte di informazione clandestina, oppure anche infernale messaggeria indifferenziata nella quale è facile annegare.

Gli stessi inventori non sanno dove andrà a parare lo strumento. Si tratta chiaramente di un nuovo modo di comunicare, che proprio per la sua caratteristica riesce ad inserirsi tra gli interstizi lasciati liberi da altri canali. Alle battute, inclusi gli spazi, si possono agganciare tutti i collegamenti possibili, sia video che audio e grafici, creando un infinito universo comunicativo in perenne divenire.

Non solo persone, ma anche fatti, eventi ed argomenti visti nel loro accadimento, segnalati prima che gli stessi vedano luce e diventino fatti reali e concreti. E’ possibile creare la realtà, modularla, alterarla e anche violentarla. Il mezzo diventa così il messaggio, come aveva già detto McLuhan oltre cinquanta anni fa. Tutto a scapito del contenuto e del senso.

Resta soltanto un gran rumore continuo nel cyberspazio sconfinato. Ognuno sente il bisogno di twittare, postare, scaricare ciò che vede, pensa, sente, fa. Lo dice a se stesso per il semplice sfizio di vedere le sue parole materializzarsi sullo schermo, lanciate non sa bene verso quale direzione, lette non sa bene da chi, se fanno senso oppure no.

Più famosa é la persona che “cinguetta”, più seguaci avrà, più i messaggi avranno risonanza. La persona così diventa il personaggio che interpreta il suo ruolo, nel bene e nel male. Nasce una nuova idendità: l’influencer. Milioni di seguaci per indicare colui che, avendo un ampio seguito di pubblico, è in grado di raggiungere con i suoi messaggi un numero potenzialmente alto di individui, creando così i presupposti per una propagazione su larga scala dei messaggi medesimi attraverso il passaparola.

Si tratta solitamente di individui che posseggono un grado di conoscenza elevato relativamente ad alcuni prodotti o un certo pensiero, che comunque li utilizzano abitualmente, tanto che le loro opinioni arrivano a influenzare quelle di altri consumatori orientandone le scelte. Il numero ha la sua importanza. Non so quanto peso e significato abbiano questi numeri, in un universo come quello digitale, dove ogni cosa resta estranea alla dimensione del reale.

Non sono numeri veri, come possono essere ad esempio il numero degli abitanti in Cina. Questi sono solo numeri ottenuti per mezzo di algoritmi, cifre che si rincorrono e che fanno felici soltanto chi li usa e li manipola a scapito del senso. Solo chi non ama e non capisce il senso delle cose vere della vita può andare dietro ad un algoritmo, un sondaggio o ad un tweet.

C’è il rischio che alla gente piaccia sempre di più essere vissuti piuttosto che vivere la propria vita. Dipendere da un algoritmo, essere influenzati da un tweet, convinti da un video o da un sondaggio, piuttosto che dal proprio cervello. E’ vero che spesso, purtroppo, non ce l’hanno e aspettano che glielo dia una app sullo smartphone.

Qualche anno fa scrissi una lettera al Corriere della Sera. La potete ritrovare qui al sul giornale, ve la ripropongo e mi aiuta ad immaginare il “quinto tempo” di questo viaggio nel “mondo nuovo”:

Sono entrato da poco nel quinto ventennio. Ho imparato a leggere e scrivere sul compositore della piccola tipografia di mio padre, mettendo insieme i caratteri mobili sul compositore. Lui era del 1906 — ha sempre letto il Corriere della Sera — , aveva 96 anni quando se ne andò, dopo avere assistito con dolore alla fine della piccola tipografia di famiglia che aveva ereditato da suo padre in un piccolo paese del Sud. Io continuo a leggervi, sia in cartaceo che in digitale. Nella sua piccola biblioteca conobbi il Nuovo Mondo che stava per arrivare, leggendo i libri di Aldous Huxley e George Orwell. Il «1984» è passato da un pezzo, e sembra archeologia culturale. Il prossimo anno sarà caratterizzato da una coppia di «ventenni»: 2020. Ho letto che la buona informazione tra carta e digitale sopravviverà. Lo spero anche io. Mi auguro di non trovare all’edicola nel prossimo ventennio il giornale in una «chip-pillola».

Aspetto con ansia e grande curiosità la nascita del “mondo nuovo”, quello della chip- pillola

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Nessuno è stato mai me. Può darsi che io sia il primo. Nobody has been me before. Maybe I’m the first one.

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Antonio Gallo

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